Una revisione scientifica del 2026 analizza le esperienze di premorte nei sopravvissuti alla terapia intensiva: ricordi vividi, effetti psicologici duraturi e un’origine ancora irrisolta.
Per molto tempo le esperienze di premorte sono rimaste in una zona di confine: troppo intense per essere liquidate come semplici sogni, ma troppo difficili da studiare per trovare una collocazione definitiva nella ricerca scientifica.
Chi racconta una NDE descrive spesso una lucidità fuori dal comune, la sensazione di osservare il proprio corpo dall’esterno, l’incontro con una luce, una presenza o un ambiente percepito come profondamente reale. Esperienze che, in alcuni casi, restano impresse nella memoria per tutta la vita.
La domanda che più affascina riguarda inevitabilmente ciò che queste percezioni potrebbero significare. Sono soltanto il risultato di un cervello sottoposto a condizioni estreme? Oppure mostrano qualcosa della coscienza che la medicina non è ancora in grado di misurare?
Una nuova revisione scientifica sposta però l’attenzione su un problema più immediato: che cosa accade ai pazienti che sopravvivono alla terapia intensiva e tornano alla vita quotidiana portando con sé un’esperienza tanto difficile da spiegare?
Una revisione sulle esperienze di premorte in terapia intensiva
Lo studio è una scoping review pubblicata nel 2026 sulla rivista scientifica Nursing in Critical Care da ricercatori della Zhejiang Chinese Medical University e dello Zhejiang University School of Medicine.
Gli autori hanno esaminato la letteratura disponibile in diversi database internazionali fino al 17 aprile 2026, selezionando sette studi dedicati alle esperienze di premorte nei pazienti adulti sopravvissuti alla terapia intensiva: cinque studi di coorte prospettici, uno studio qualitativo e uno condotto con un metodo misto.
Sette studi rappresentano ancora una base limitata. Le condizioni cliniche dei pazienti, i metodi di ricerca e gli strumenti utilizzati non sono sempre uniformi. Nonostante questi limiti, la revisione restituisce un quadro che la medicina difficilmente può continuare a ignorare.
Le NDE vengono descritte come esperienze multidimensionali. Possono comprendere percezioni cognitive, emozioni molto intense, sensazioni trascendenti e fenomeni interpretati dai pazienti come soprannaturali.
Lo strumento più utilizzato per valutarle resta la Greyson Near-Death Experience Scale, una scala pensata per riconoscere gli elementi ricorrenti delle esperienze di premorte. Anche questo strumento, tuttavia, presenta dei limiti e non riesce a rappresentare pienamente la varietà delle esperienze individuali e culturali.
Ricordi che possono rimanere per anni
Uno degli aspetti più significativi emersi dalla revisione riguarda la memoria.
Per molti pazienti, l’esperienza di premorte non assume la forma di un sogno vago o di un’immagine confusa. Il ricordo può apparire vivido, coerente e sorprendentemente stabile nel tempo.
In alcuni casi diventa uno degli eventi più importanti della propria storia personale. Cambia il modo di guardare la vita, la morte, le relazioni e perfino la propria identità.
Gli effetti, però, non sono uguali per tutti.
Alcune persone raccontano di avere meno paura della morte, di sentirsi più aperte alla spiritualità o di avere modificato le proprie priorità. Ciò che prima appariva fondamentale può perdere importanza, mentre relazioni, significato e interiorità possono assumere un valore nuovo.
Per altri pazienti, invece, l’esperienza può essere difficile da integrare.
Il ritorno alla normalità può essere accompagnato da ansia, disorientamento, solitudine o dalla sensazione di non essere creduti. Raccontare quanto accaduto a familiari o professionisti sanitari può diventare complicato, soprattutto quando l’esperienza viene minimizzata o interpretata automaticamente come confusione mentale.
La revisione evidenzia infatti risultati non uniformi sugli effetti psicologici delle NDE. Il loro impatto può dipendere dalla storia personale del paziente, dalle condizioni cliniche, dal contesto culturale e dal significato attribuito a ciò che è stato vissuto.
Perché la medicina non può più ignorarle
È proprio qui che le esperienze di premorte diventano un tema clinico e non soltanto filosofico o spirituale.
Secondo gli autori della revisione, medici e infermieri che lavorano nelle unità di terapia intensiva dovrebbero essere preparati a riconoscere questi racconti e ad accoglierli senza giudizio.
Ascoltare un paziente non significa confermare che abbia davvero osservato una dimensione separata dal corpo. Significa riconoscere che, dal suo punto di vista, l’esperienza è stata reale e può avere conseguenze profonde sul recupero psicologico.
Liquidare tutto come fantasia, delirio o effetto dei farmaci rischia di aumentare il senso di isolamento. Il paziente potrebbe smettere di parlarne, pur continuando a portare dentro di sé domande, paure o cambiamenti difficili da condividere.
Un’assistenza adeguata dovrebbe quindi aiutare la persona a elaborare l’esperienza, a comprenderne l’impatto emotivo e a reinserirla nella propria storia senza imporre interpretazioni scientifiche, religiose o metafisiche.
Il compito della medicina, in questo caso, non è stabilire che cosa esista oltre la morte. È prendersi cura di chi è tornato da una condizione critica e deve convivere con un ricordo che può aver modificato profondamente il suo modo di percepire la realtà.
Ciò che la revisione non dimostra
La ricerca non dimostra che la coscienza continui a esistere dopo la morte.
Non stabilisce nemmeno che le percezioni riferite dai pazienti provengano da una realtà esterna al cervello. Sarebbe scorretto utilizzare questa revisione come prova scientifica dell’aldilà o dell’esistenza di una coscienza indipendente dal corpo.
Allo stesso tempo, lo studio non identifica un unico meccanismo capace di spiegare tutte le esperienze di premorte.
I pazienti esaminati possono aver vissuto condizioni molto diverse tra loro. Possono cambiare la profondità della perdita di coscienza, i farmaci somministrati, i livelli di ossigeno, la presenza di delirio, il tipo di trauma e il momento nel quale il ricordo ha iniziato a formarsi.
Queste variabili rendono difficile stabilire con precisione quando abbia origine una NDE e quali processi cerebrali la accompagnino.
È possibile che intervengano fattori neurobiologici, psicologici, farmacologici e culturali. Ma, allo stato attuale, la revisione non consente di ricostruire una spiegazione completa e definitiva.
Serviranno studi prospettici più ampi, strumenti di misurazione più precisi e una maggiore attenzione al momento esatto nel quale il paziente riferisce di aver vissuto l’esperienza.
Un fenomeno reale nei suoi effetti
La prudenza scientifica è indispensabile. Ma prudenza non significa disinteresse.
Anche senza conoscere con certezza la loro origine, le esperienze di premorte possono avere effetti reali e duraturi sulle persone che le vivono. Possono modificare il rapporto con la morte, influire sul benessere psicologico, aumentare i bisogni spirituali o rendere più difficile il ritorno alla vita quotidiana.
Questo è il punto più importante della nuova revisione.
Le NDE non devono essere accettate automaticamente come prova di una realtà oltre il cervello, ma non possono nemmeno essere ignorate soltanto perché la medicina non possiede ancora una spiegazione conclusiva.
Appartengono ormai al territorio della ricerca clinica, psicologica e neuroscientifica. E richiedono un ascolto capace di mantenere insieme due esigenze: il rigore delle prove e il rispetto per l’esperienza umana.
Se ricordi tanto vividi possono emergere vicino al confine tra coscienza e perdita di coscienza, che cosa ci stanno realmente mostrando?
Il funzionamento estremo del cervello, il modo in cui la mente costruisce la memoria o un aspetto della coscienza che non abbiamo ancora imparato a riconoscere?
Fatti documentati. Domande aperte.
Fonti
Gu K., Huang J., Yang J., Shi H., Han M., “Near-Death Experiences in Adult ICU Patients: A Scoping Review”, Nursing in Critical Care, 2026.
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